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giorgio

Istruitevi, perchè abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza; organizzatevi, perchè abbiamo bisogno di tutta la vostra forza
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Francesca ....wrote:
 
L'amicizia è un sentimento che vive nel profondo dell'anima. E'l'unica cosa al mondo che non si esprime ma si legge nel cuore.
 
Sereno fine settimana....Rosa rossa
2 days ago
Fabianawrote:
Come posso ritrovare la mia pace 
se il ristoro del sonno mi è negato? 
Se l'affanno del giorno non riposa nella notte 
ma giorno da notte è oppresso e notte da giorno? 
Ed entrambi, anche se l'un l'altro ostili, 
d'accordo si dan mano solo per torturarmi 
l'uno con la fatica, l'altra con l'angoscia 
di esser da te lontano, sempre più lontano. 
Per cattivarmi il giorno gli dico che sei luce 
e lo abbellisci se nubi oscurano il suo cielo: 
così pur blandisco la cupa notte dicendo 
che tu inargenti la sera se non brillano stelle. 
Ma il giorno ogni giorno prolunga le mie pene 
e la notte ogni notte fa il mio dolor più greve.
 
Shakespare sonetto 28
3 days ago
 
Grazie! Rosa rossa
5 days ago
carmen I.wrote:

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E' lunedì, c'è un sole strepitoso, il cielo è limpido.

Chi ha voglia di lavorare si faccia curare

Serena settimana .



6 days ago

 

O Anjo de Phra Pathom Chedi

Amici sapere quando saranno amici
Bene parti momenti
Dare forza
Essi sono sempre al nostro fianco
Realizzazioni in
E a volte difficile
L'amicizia non è sempre lo stesso modo di pensare
La maggior parte rinunciare al tempo, mentre
L'amicizia è come avere un fratello
Non vivere nella stessa casa
Parti e segreti
Emozioni.
E 'la comprensione ...
E 'divertente ...
Hai qualcuno ...
Quando avete bisogno di ...
Hai qualcosa di insolito ...
Comune e non hanno nulla ...
Se non hanno nulla in comune c'è!
Voi sapete che se si hanno più in comune di quello che immaginate!
We miss you ...
Volete prendere tempo ...
Noi diamo preferêcia ...
E 'battere un ciuminho ...
L'amicizia è l'amicizia non finisce mai
Anche se si cresce
Anche se altre persone appaiono nel nostro percorso
Perché l'amicizia non può essere spiegato
E 'semplicemente accade.
Un grande abbraccio, Iara Tatiana.

 
Para sempre...
6 days ago
July 05

l'informazione italiana

  
Il trionfante servizio di Studio Aperto sul nuovo dittatore Roberto Micheletti e sulle sue origini bergamasche. Utile per comprendere quanto l'Italia finisca sempre per avere a che fare con i peggiori mali del mondo. Grazie a occhioclinico per la segnalazione.
Nelle edizioni quotidiane della carta stampata, nei servizi dei telegiornali e nei siti internet degli organi di informazione la questione "Iran" continua a campeggiare in bella vista.
Ed è senza dubbio un bene. E' passata una enormità di tempo dall'ultima volta che il paese che fu di Dario il grande e dello Scià Reza Pahlavi assistette ad una mobilitazione popolare anti-governativa di queste dimensioni. E le immagini della violenta e sconsiderata repressione militare operata dal governo di Ahmaddinejad merita tutta l'attenzione possibile.

E' logico, a questo punto, chiedersi perché una mobilitazione popolare che contesta il risultato di un'elezione (più o meno regolare) merita questo legittimo interesse, mentre un golpe stile anni '70, con annessi esili, deportazioni, arresti, morti e feriti, deve sparire completamente dagli organi di informazione di questo nostro piccolissimo (non parlo in termini geografici) paese.

Che il golpe fosse stato organizzato e pianificato alla perfezione da diverso tempo è innegabile. Il nuovo regime di Micheletti (oramai meglio noto in tutto l'Honduras come "Pinochetti") tende a qualificare l'intera operazione come una risposta imprevista all'ordine ricevuto dalla Corte Costituzionale dell'Honduras.
Eppure mentre il Presidente Zelaya veniva catturato dai soldati sotto la continua minaccia dei mitra, altre colonne dell'esercito, al comando del Capo di Stato Maggiore delle forze armata Romeo Vasques, arrestavano gli altri ministri, tenevano in custodia diversi membri delle ambasciate del Venezuela e della Bolivia, chiudevano le trasmissioni di tutte le tv e le radio anti-golpe, arrestavano i giornalisti stranieri, tagliavano energia elettrica e gas, ritiravano le urne per il referendum, ponevano posti di blocco in tutto il paese e occupavano il Palazzo della Presidenza.
Tempo qualche ora ed ecco spuntare una falsa lettera di dimissioni di Zelaya dallo stesso Micheletti. Il Parlamento ne prende atto e nomina Micheletti nuovo Presidente.

Non è un colpo di stato, è l'idea perfetta di colpo di stato messa magistralmente in atto.

Una volta tanto l'accidioso resto del mondo non è rimasto a guardare. I paesi dell'ALBA (Alternativa Bolivariana delle Americhe) hanno immediatamente ritirato i propri ambasciatori e sospeso ogni forma di contatto con il regime honduregno, seguiti a ruota da Italia, Francia e Spagna, che hanno quindi coinvolto nell'iniziativa dell'interruzione dei rapporti tutti gli altri governi europei.
Il principale fature del boicottaggio: il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos.

Alla mosse di chiusura politica sono seguiti i blocchi delle esportazioni da UE e Latinoamerica, mentre Barack Obama ha sospeso tutti i prestiti economici e revocato i vari accordi politici e militari.

Nel frattempo nel paese i tentativi repressivi e ostruzionistici del regime di Pinochetti non sembrano sortire grossi effetti.
La notizia della falsa morte di Cesar Ham, leader del Partido de Unificacion Democratica (di sinistra, strettissimo alleato del Presidente Zelaya), e l'approvazione del nuovo decreto governativo che cancella tutti i diritti civili (inviolabilità del domicilio, libertà di associazione e riunione, stato di fermo massimo di 24 ore, libertà di movimento e arresto possibile solo con mandato di cattura), votato con l'80% di SI nel Congreso, non hanno scoraggiato i manifestanti pro-Zelaya (e pro-democrazia), che hanno proseguito nella violazione di tutte le norme liberticide, con una serie di enormi manifestazioni ad oltranza nella capitale, rischiando durissime repressioni e, soprattutto, i nuovi arresti a tempo illimitato e senza mandato.
Un enormità di informazioni sommariamente ignorate dai media italiani.

Le straripanti marce di protesta a Tegucigalpa di questi giorni e quelle in atto in tutto il resto del paese stanno scatenando la più dura risposta da parte del regime.
A San Pedro Sula, seconda città del paese, ora amministrata dal nipote di Micheletti, William, dopo aver deposto il sindaco democraticamente eletto, l'esercito ha anche aperto il fuoco contro i manifestanti, provocando diversi feriti, tra cui uno per arma da fuoco.
Altra notizia ignorata.

Il governo attraverso l'informazione controllata tenta di diffondere notizie di calma e di normalità, mentre invece si susseguono proteste in ogni angolo del paese, e l'esercito arriva anche a reclutare forzatamente dei bambini e a obbligare operai a manifestare per il regime, pena il licenziamento.
Una manovra che ricorda l'Hitler nel bunker di Berlino ai suoi ultimi giorni di vita. Manovra che i quotidiani nazionali, ancora una volta, ignorano.

Ignorano anche il fatto che l'unico esponente politico europeo ad essere entrato in Honduras per mettersi in contatto diretto con le forze della resistenza democratica è lo spagnolo Willy Meyer, del Partito della Sinistra Europea (lo stesso partito che in Italia non ha diritto di rappresentanza).

In queste ore scade l'ultimatum ordinato dall'Organizzazione degli Stati Americani di 72 ore per reintegrare legittimamente Zelaya. Per le prossime ore è atteso il rientro in forze del legittimo Presidente, accompagnato dai membri del Partido de Unificacion Democratica, da Carlos H. Reyes, leader del combattivo sindacato Stibys, e dai tanti membri del Fronte nazionale progressista pro-Zelaya che si è andato formando in questi giorni.

Nell'attesa di conoscere da qualche organo di informazione minore il prossimo atto di un popolo che sta mostrando al mondo intero una tenacia democratica ed un coraggio civico che popoli come quello italiano forse non potranno mai comprendere, possiamo goderci il messaggio di "ringraziamento" che questo popolo lascia per noi italiani...

Alessandro Tauro
July 04

devo dirlo, devo sfogarmi

 
Se in tutto il mondo avessero parlato, e scritto, un millesimo di quello che avete parlato e scritto di lui, dei bambini che muoiono di fame ogni secondo che passa avremmo un mondo migliore e, forse, avremmo avuto un Michael Jackson migliore.
Basta, e' ora di finirla, non se ne puo' piu'.
Se continua cosi' va a finire che anche al G8 si parla di un cantante.
Gia' si impegnano poco ma il mondo, l'web, gli internauti, non hanno propio un cazzo da fare.
Fategli sto' funerale e non se ne parli piu'. E' una cosa indecente
July 01

in Italia si chiacchiera, chi la spara più grossa vince

Siamo nella Repubblica delle chiacchiere. Qui è vero tutto e il contrario di tutto. Mario Portanova , giornalista, autore del libro “Dichiarazia”. “La realtà virtuale prende il sopravvento e nessuno è mai responsabile di niente”

Allora proviamo a leggere quello che ci hanno detto.Vediamo di chi le ha sparato più grosse.

untitled

Alla vigilia delle ultime elezioni europee , nella homepage del sito dell’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro , viene risvegliato il Ponte dello Stretto di Messina “Un’opera importantissima per la Sicilia e una infrastruttura che si ripagherebbe da sola. Lo diciamo da anni”. Dal 1946 l’Italia è pieni di progetti immaginari.

La voce.info ha dedicato la rubrica vero o falso , al nostro Premier Berlusconi. Alla viglia del voto europeo ha dichiarato a Porta a Porta “Oggi non c’è nessuno che perdendo il lavoro non venga aiutato dallo Stato . C’è la cassa integrazione per i precari così come per i lavoratori a progetto”. Eppure il 29 maggio , il governatore della Banca d’Italia aveva stimato in 1,6 milioni coloro che, se licenziati, non hanno diritto ad alcun sostegno.

In Italia il 35% del tempo di un tg è occupato della politica, men tre la media europea è del 16,5%. In Italia il 55% di questo tempo va alle dichiarazioni dei politici. Solo il 45% a provvedimenti concreti. In Europa il rapporto è di 25 contro 75.

Tante le formule trovate nella Dichiarazia.

Primo : sono stato frainteso. Famosa di Berlusconi, ma usata anche da altri. Massimo D’Alema , il 27 gennaio ‘99 , quando era presidente del Consiglio ,in un discorso alla Bocconi parlò di negoziare con i sindacati una misura di flessibilità per le piccole imprese. Una manciata di ore più tardi D’Alema tuona “Mai auspicato la flessibilità nelle medie imprese. Il dibattito via agenzie di cose che non si capiscono, che vengono raccontate male e capite peggio, è un dibattito che dal mio punta di vista vale zero”.

Secondo : giustizia a orologeria. Maurizio Sacconi disse “ci fa sentire tutti meno liberi” dopo la sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri. Il rinvio a giudizio di Berlusconi dell’ottobre del 2006 per il caso dell’avvocato Mills fa sbottare il deputato Maurizio Lupi “Attacco durissimo , dimostra come sia tornata la giustizia a orologeria”

Terzo: abbiamo ereditato. Parliamo dell’euro. Berlusconi nel ‘97, da oppositore, avverte : la monete unica è anche l’obiettivo dell’opposizione. Nel dicembre del 2003 , mentre era al governo disse “L’aumento dei prezzi si deve soprattutto all’introduzione dell’euro, che è stato deciso dai governi precedenti al nostro”

Quarto : l’accusa , fa politica. “La corte Costituzionale fa politica con le sentenze” Berlusconi ‘98, “Presentarsi ( ai giudici ndb) a un tribunale che fa politica al posto del presidente del Consiglio non è piacevole” Nicolò Ghedini nel 2003, “La Cgil è un partito , l’unico partito della sinistra, il Pd è poca cosa” Renato Brunetta nel 2009.

 

Quinto : Demonizzare l’avversario. “Non conosco Della Valle. Della Valle chi? Il ciabattino?” Sandro Bondo nel 2006; “Il conflitto di interessi è un’anomalia italiana . Va eliminata senza intenti punitivi da parte di nessuno” Veltroni nel ‘97 ( sappiamo tutti come è finita); “Se sarò eletto Sindaco di Roma provvederò all’espulsione di ventimila stranieri” Alemanno nel 2008 ( esagerato, e anche improponibile), “Il Pdl è al 42,1 , il Pd è al 22,5 . E il mio consenso è così alto da lasciarmi imbarazzato” Berlusconi ( sappiamo che non lo ha mai detto).

June 30

che fine farà la giustizia

Con la diciannovesima fiducia ottenuta alla Camera dal Governo sul ddl Intercettazioni si è inferto alla Giustizia italiana un colpo letale. La speranza che qualcosa migliori o cambi nel successivo passaggio al Senato si affievolisce di giorno in giorno, nonostante gli innumerevoli richiami di sindacati di Polizia, di  magistrati e giornalisti che hanno denunciato con durezza, ognuno per il proprio settore operativo, tutte le modifiche che saranno introdotte.

Il ddl prevede un giro di vite senza precedenti sull'uso delle Intercettazioni e comporterà inevitabilmente gravissime conseguenze. Non sarà più possibile indagare a carico di ignoti (omicidi, violenze sessuali, corruzione e reati finanziari) visto il divieto di intercettazioni ambientali se non nei luoghi dove si commette o dove si suppone che stia per verificarsi un reato. Conseguentemente, in un territorio come  purtroppo è il nostro Mezzogiorno, devastato dalla criminalità e dove non ci sono praticamente mai stati molti testimoni di giustizia,  consentire l'uso delle intercettazioni solo alla fine dell' indagine, quando sono stati già raccolti "evidenti indizi", e per tempi estremamente limitati, è un non senso. Sono infatti le intercettazioni a lungo termine che permettono di cogliere fenomeni che altrimenti resterebbero nell'ombra, di scoprire collegamenti, relazioni e complicità che poi permettono agli investigatori di individuare i responsabili di gravi delitti.
Non sarà più possibile indagare sui reati commessi dai religiosi perché il magistrato avrà l’obbligo di informare il vescovo e, qualora l’indagato sia un vescovo o un abate, il cardinale Segretario di Stato. Non facciamo difficoltà ad immaginare quale sarà il futuro delle indagini su abusi sessuali e su reati commessi attraverso spericolate speculazioni finanziarie da fondazioni religiose di comodo.

Sarà poi difficile controllare i telefoni degli 007: il pm dovrà chiedere l'autorizzazione al Presidente del Consiglio che avrà 30 giorni per opporre il segreto di Stato. I nomi dei pm non potranno neanche essere pubblicati dai giornalisti che scriveranno sulle inchieste. Ce n'e' anche per la stampa: carcere da 6 mesi a 1 anno, trasformabili in una sanzione, pecuniaria, per chi pubblica le Intercettazioni che restano comunque «top secret» fino alla fine delle indagini preliminari. Multe salatissime (fino a 465 mila euro) sono previste anche per gli editori.

Paradossale che in un momento in cui la sicurezza dei cittadini è di sovente evocata come priorità nel Paese, il Governo compia scelte che rappresentano un oggettivo favore ai criminali. Al Ministro della Giustizia Alfano che auspica che in Senato il provvedimento mantenga l'impianto attuale voglio ricordare quanti omicidi e altri gravi reati non sarebbero stati positivamente risolti: gli orrori della clinica S. Rita di Milano, Calciopoli, lo stupro della Caffarella, il sequestro Abu Omar, Vallettopoli, il crac Parmalat e le tangenti INAIL, per citare solo alcune delle migliaia di vicende giudiziarie.
E l'opinione pubblica avrebbe conosciuto con molti mesi di ritardo i retroscena di indagini su episodi di grave malcostume politico e amministrativo.
La scelta dell'esecutivo suscita amarezza e sconcerto. Concordo pienamente con i Sindacati di Polizia, uniti nel condannare il provvedimento, nel ritenere che questa legge lasci campo libero alla criminalità organizzata e introduca una impunità assoluta per i delitti contro la pubblica amministrazione. Senza contare gli effetti sul diritto di cronaca.
Ancora una volta questo esecutivo,  racconta a tutti gli italiani un’altra realtà dimostrando, con i fatti, un’incoerenza disarmante; formulando  norme che lasciano operatori e  professionisti della sicurezza letteralmente disarmati di fronte ad una criminalità organizzata che opera al passo con i tempi e le tecnologie e che, nel caso della mafia, realizza un fatturato che supera i 130 miliardi di euro l’anno.
Invece di  garantire uomini e mezzi agli uffici giudiziari soprattutto nel Sud d’Italia ed invece di fornire risorse e mezzi agli uomini delle forze dell’ordine, il Governo si concentra su “altro”, con estrema disinvoltura.

June 29

con la morte di NEDA

AGI) - Milano, 28 giu. - E' avvolta dal mistero la sorte di Saeed Valadbaygi, il noto blogger iraniano che dall'inizio delle proteste in Iran ha raccontato attraverso il suo blog, le pagine di Facebook e di Twitter, quello che stava accadendo a Tehran. Si sa che martedi' scorso i militari hanno fatto irruzione in casa sua. Da allora i suoi messaggi e i suoi comportamenti sono apparsi sempre piu' strani. Tanto da portare i suoi amici italiani e iraniani a chiedersi se fosse davvero lui a scrivere. Su un gruppo creato su Facebook 'Where is the real Saeed Valadbaygi?' una sua amica dice di aver chiesto una prova del fatto che il blogger stia bene. Ha chiesto di inviarle una foto o un video con il telefono, sistemi gia' utilizzati dal giovane per comunicare. Ma e' stata ignorata.
  Dopo due giorni di insistenza le persone che aggiornavano la pagina le hanno detto che Saeed e' fuggito e hanno chiesto a lei di sostituirlo. Una richiesta che ha allarmato ancora di piu' la sua amica: lei infatti e' in Italia e non in Iran. In questo momento le pagine di Saeed, che venivano aggiornate continuamente dal giovane sono mute da circa 12 ore.
 








Con la morte di Neda abbiamo imparato il canto degli uomini innocenti che, ad ogni loro sconfitta, si fa più alto e sonoro.
Con la morte di Neda abbiamo imparato che i valori della pace e della giustizia non hanno confini e che nessuna idea di terrore potrà mai soffocarli, neppure nel sangue.
Con la morte di Neda abbiamo imparato che è giusto sperare, è giusto lottare, se il nostro nemico è una cinica e criminale ambizione di potere.
Con la morte di Neda abbiamo imparato che un solo respiro interrotto può alimentare l'afflato fraterno del mondo.
Con la morte di Neda abbiamo imparato che gli occhi dei buoni sanno guardare alle semplici cose, come si guarda a un ideale di armonia.
Con la morte di Neda abbiamo imparato che, su questa Terra, ogni Neda porta il nostro nome.
 
                                           

Siamo tutti iraniani

Pace e Libertà per il popolo iraniano


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"Io non mi sento iraniano, ma per fortuna o purtroppo lo sono..."
'anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti'.
June 28

Quando la rivolta è donna: e se le musulmane europee imparassero dalle donne iraniane?

C'è un lato di cui si parla poco riguardo alla rivolta iraniana, il ruolo delle ragazze iraniane. Sono loro a incitare gli uomini ad alzarsi e a lottare per la libertà e per i Diritti, dopo 30 lunghi anni di oppressione e di fondamentalismo islamico.

Sono le ragazze iraniane che da mesi lottano contro l'oppressione delle regole imposte dai mullah, contro la polizia morale che le arresta per strada se solo hanno il velo appena fuori posto, contro i matrimoni imposti, contro le differenze di genere che le vedono fortemente discriminate nei confronti degli uomini, contro le lapidazioni e le impiccagioni per adulterio. Sono le ragazze iraniane ad essere in prima fila nella richiesta di Diritti. Da queste donne dovrebbero prendere esempio anche molte donne islamiche che vivono in occidente.

Ieri Sergio Talamo ha scritto sul “Messaggero” un bellissimo editoriale riguardo alla “rivolta rosa” delle donne iraniane ponendo l'accento sui Diritti delle Donne nell'Islam e paragonando quanto sta avvenendo a Teheran con la condizione delle donne islamiche nelle democrazie occidentali, dove la parola “democrazia” cela in molti casi una realtà fatta di violenza, di imposizioni che spesso non sono permesse nemmeno nei paesi di origine di queste donne.

Scrive Talamo riferendosi al paragone tra le ragazze iraniane e le donne musulmane occidentali: “Le donne islamiche d’Occidente sono mille volte più silenziose, più spente, più rassegnate” - continuando poi col dire - “in Italia e in Europa vivono peggio che in Egitto o in Marocco, dove le società progrediscono anche se lentamente. Dentro i nostri paesi, formalmente liberi, si creano tante piccole repubbliche islamiche fondamentaliste che di fatto sono il regno di nessuno. Non ci sono ambasciate né codici internazionali a scandire la legge dell’oppressione sulla donna islamica-europea. È una legge arcaica, fatta per lo più di divieti e di botte: ti vesti come dico io, frequenti chi dico io, esci e parli solo se lo dico io. È una legge elementare decisa spesso da un uomo solo, un marito, un padre, un fratello; qualche volta innestata nelle rozze regole del clan religioso-familiare. Riti tribali che magari prosperano dentro un condominio, quindi alla luce del sole. Per i “talebani d’Occidente” la protezione maggiore è l’indifferenza del resto del mondo, mascherata da rispetto della libertà e delle tradizioni altrui”.

Come non dare ragione a Talamo? L'indifferenza occidentale verso la violazione dei Diritti delle Donne musulmane, mascherata da un perbenismo ipocrita e subdolo perché abbinato al rispetto di tradizioni popolari che non hanno più alcuna ragione di esistere, sta letteralmente seppellendo la libertà di centinaia di migliaia di donne islamiche. La libertà di non portare un velo (o di portarlo), la libertà di vivere una vita non condizionata da regole tribali, la libertà di non vivere oppresse nel nome di una religione, la libertà di potersi scegliere un fidanzato occidentale, la libertà di amare. Talamo lo chiama “sonno della ragione” da cui ci si risveglia (per pochi attimi) solo se una ragazza viene massacrata dai parenti perché ama un giovane italiano.

Su un punto sono poco d'accordo con Talamo, ed è in merito alla scelta del presidente francese, Nicholas Sarkozy, di impedire per legge il burqua, una scelta che lui sembra approvare. Non sono d'accordo innanzi tutto perché esistono donne che il burqa lo vogliono portare per propria scelta, poche ma ci sono. In secondo luogo mi fa impressione che uno stato debba intervenire con una legge ad hoc per garantire un Diritto che di fatto, in occidente, dovrebbe essere già garantito dalle leggi vigenti. Mi sembra quasi un segnale di resa di fronte alla prepotenza dell'estremismo islamico.

Ecco perché, a mio parere, le donne islamiche occidentali (ma non solo) dovrebbero prendere esempio dalle loro sorelle iraniane, dovrebbero reagire e imporre i loro Diritti prendendo il coraggio di alzarsi in piedi e dire “NO”, no ai soprusi, no alle botte, no alle disparità di genere. In questo momento centinaia di donne iraniane stanno rischiando la loro vita per rivendicare il loro Diritto alla vita inconsapevoli che forse stanno aprendo una nuova era per tutte le donne islamiche. Spero che questo fatto non venga sottovalutato da tutto il mondo femminile islamico e occidentale.

Bianca B.

June 27

G8 2009, L'Aquila

C'è grande attesa per la riunione del G8 che si svolgerà in Italia dal 7 al 10 luglio. Ti diamo la possibilità di aggiungere la tua voce, così da assicurarti che i cambiamenti climatici siano in cima all'agenda: crea il tuo manifesto, gioca e mettici la tua faccia!

WWF - C’è grande attesa per il G8 che si svolgerà in Italia, e anche per il Forum - voluto da Obama - dei capi di Stato e di Governo delle “Economie Maggiori” (MEF). Ci si chiede se, prima, i ministri delle Finanze troveranno i fondi necessari per sostenere l’adattamento ai cambiamenti del clima nei paesi più vulnerabili, e la mitigazione nei Paesi in Via di Sviluppo in generale. Se i paesi industrializzati non sosterranno la svolta dello sviluppo sostenibile anche nelle economie in ascesa, sarà difficile che queste ultime rinuncino al benessere per pagare di tasca propria un’emergenza provocata dal nostro inquinamento storico.

Dopo 25 anni di previsioni e allarmi in materia di cambiamenti climatici da parte della comunità scientifica, le emissioni di gas a effetto serra (GHG) continuano drammaticamente a crescere, provocando una vasta gamma di impatti che il pianeta sta già sperimentando; inoltre, le previsioni dei futuri impatti negativi diventano sempre più drammatiche. Per questo il WWF esorta i leader mondiali e i loro governi ad agire con rinnovato vigore contro i cambiamenti climatici durante gli incontri del G8 dell'Aquila.

In qualità di organizzazione mondiale che da oltre 20 anni promuove soluzioni ai cambiamenti climatici che rendano il mondo più pulito, il WWF apprezza gli sforzi volti a risolvere la crisi economica mondiale per mezzo di pacchetti che stimolino la ripresa con una netta inversione verso una economia sostenibile. Le potenzialità per una leadership su clima ed energia sono enormi, ma molti dei pacchetti di ripresa economica in discussione risultano ancora troppo poco finalizzati a dare davvero impulso a un’economia “verde”. Alcuni di fatto rischiano di condannare il mondo a un futuro ad alta emissione di carbonio.

Affrontare il cambiamento climatico è una priorità urgente che deve essere inserita nelle manovre di recupero economico e di un nuovo sviluppo. Il G8, il MEF e gli altri incontri offrono un’opportunità unica per i governi di dimostrare una leadership che possa cambiare il tenore del dibattito internazionale sul cambiamento climatico e aumentare le prospettive di successo.

L'obiettivo del WWF è un G8 che rappresenti un concreto impulso per il raggiungimento di un accordo globale sul clima a Dicembre a Copenaghen che sia equo, efficace e in linea con le indicazioni scientifiche, accordo che segni l’inizio di una nuova era, quella dell’economia sostenibile.

Per settembre 2009 l’ONU ha convocato un altro vertice dei Capi di Stato e di Governo, in occasione dell’Assemblea Generale. E intanto, altri round negoziali si terranno ad agosto, ottobre e novembre, per arrivare a dicembre a Copenaghen. Essenziale far sentire la volontà dei cittadini di vincere la sfida, e il WWF si muoverà in questo senso. Altrettanto essenziale evitare che qualcuno dia ai politici un alibi, facendo passare i cambiamenti del clima dall’agenda della politica alle pagine di cronaca. Bisogna esigere che i leader di tutti i Paesi si comportino, appunto, da leader: quella del clima è una sfida di portata mai affrontata dall’umanità, i politici che ragionano per egoismi e tornate elettorali non saranno in grado di lavorare insieme per affrontarla.
June 26

Afghanistan, speranze deluse

Intervista a Sima Samar: dalla legge che legalizza lo 'stupro coniugale' alle torture nelle carceri

PeaceReporter - Sima Samar è minuta, gli occhi dolci e profondi. I suoi capelli, che spuntano da sotto l'ejab, sono ingrigiti. Per entrare nel suo ufficio si deve passare al vaglio delle sue guardie armate, poi di un metal detector. Gli uomini della sicurezza controllano la macchina fotografica, la accendono. "Non è un'arma", dico loro. La prudenza non è mai troppa. Sima è stata minaccia di morte più volte. Presidente della Commissione afgana per i diritti umani, negli anni ottanta, esule in Pakistan, ha fondato l'ong Shohada. Dodici cliniche in Afghanistan, un ospedale in Pakistan, corsi per ostetriche e operatori sanitari di base, maestre e infermiere.
Una vita spesa combattendo contro le discriminazioni e un marito sparito sotto l'occupazione sovietica.
Sima combatte ancora, contro una legge creata appositamente per regolare la vita privata delle donne musulmane sciite di questo Paese e che reintroduce lo 'stupro coniugale', ovvero l'obbligatorietà della donna ad avere rapporti sessuali con il proprio marito anche se non consenziente. La sua approvazione, in seguito alle proteste della Comunità Internazionale, è stata per il momento rimandata.

Dottoressa Samar, che legge è questa?

Èuna legge discriminatoria contro le donne che va contro gli elementari diritti umani e la libertà stessa delle donne. Una legge che va contro la stessa Costituzione afgana, la quale garantisce gli stessi diritti tra uomo e donna.


Una legge che va anche contro le consuetudini non scritte e contro le convenzioni internazionali.
Una legge che colpisce un quarto della popolazione, ma che sembra fatta per colpire in generale tutte le donne...

Ci sono articoli in questa legge che non dovrebbero esserci. Le faccio un esempio tra i più stupidi: in questa legge è contemplato il fatto che una moglie è obbligata a mettersi il trucco. Nel caso non lo faccia, che succede? Il marito va dalla polizia? La pena conseguente è una multa o il carcere. Come possiamo spiegare una cosa del genere? E questa è una delle cose meno gravi presenti in questa legge.

Quindi non ha nessun riferimento al mondo islamico?

Penso che non sia questo il problema. Io sono musulmana sciita. L'Afghanistan è un paese islamico, su questo non c'è nessun dubbio, come non c'è nessun dubbio sul fatto che esistono molti altri Paesi islamici nel mondo. Ebbene, nessuno di questi Paesi ha una legge del genere. Questo non c'entra niente con la sharìa o con il Corano. C'entra con la mentalità delle persone che a gran voce dicono di difendere la legge coranica. La fiqh, ovvero la scienza giurisprudenziale, rappresenta lo sforzo esercitato per individuare la legge di Dio, ma non è la legge di Dio.

Lei è stata anche ministro nel governo di transizione Rabani. Che successe?

Lo sono stata per sei mesi. Poi mi sono dovuta dimettere in seguito a una serie di false accuse solo perché avevo chiesto la fine per le impunità e giustizia per le donne. In questo Paese molti non credono alla giustizia perché se ci credessero si dovrebbero rimettere ad essa per le proprie colpe. Dissero che non ero una buona musulmana. Sembrava un film, io stavo seduta in parlamento e c'era un gruppo di parlamentari che urlava minacciandomi di morte. Io rimasi seduta e sorrisi, dicendo loro che non avevano nessun diritto di gridare e di addossarmi delle false accuse. Ma non c'era bisogno di provarle. Non c'è libertà di espressione quando usano la religione per colpirti. Non ho mai dato retta a nessuno prima e ancora meno adesso, che sono il presidente di questa commissione indipendente. E' un lavoro rischioso, questo, e pieno di stress. Devi confrontarti con tanta gente potente, ma sono felice perchè so di essere sempre dalla parte delle vittime.

Cosa è cambiato dal 2001?

Nel 2001 c'è stata la caduta del regime dei talebani e molto è cambiato, sia negativamente che positivamente. In modo positivo per la maggiore presenza delle donne nella politica, nel lavoro e nella attività sociali, nelle città ma anche nelle aree rurali, e per la libertà di stampa dei media. Ma sfortunatamente c'è stato anche un deterioramento della sicurezza. La violenza è aumentata in molte province. Penso che uno dei motivi di tutto ciò sia la mancanza di una visione chiara e strategica su cosa si debba fare, sia da parte governativa che da parte della comunità internazionale. Secondariamente penso che il nostro sia un caso particolare e che non ci sia un approccio originale per la soluzione dei problemi dell'Afghanistan. In ultimo gli sforzi non si stanno focalizzando nel promuovere le istituzioni sul territorio. In un Paese come questo serve prima costruire l'apparato statale che qualsiasi altra cosa.

La comunità internazionale quindi, secondo lei, non sta facendo abbastanza...

E' una situazione difficile questa, perché non sta portando realmente la pace. C'è come dicevo la mancanza di una visione chiara sul futuro del Paese. Quali obbiettivi? Quali risultati? Dicono che a noi non interessa la democrazia perché la nostra è una società tribale, religiosa e che non capiamo che significhi la parola democrazia. Ma questa è una percezione sbagliata. Probabilmente la gente che sta al governo ha la stessa percezione...

E la situazione dei diritti umani?

Prima la tortura era molto comune nei centri di detenzione. Nessuno veniva imprigionato e poi rilasciato senza essere prima torturato. Oggi la situazione è migliorata ma la tortura non è di certo sparita. Rimangono tante prigioni private gestite dai comandanti delle varie milizie. Ognuno di essi ha la sua prigione, spesso nei sotterranei delle loro case fortezza.

Un suo sogno e una sua speranza?

Il mio sogno è avere un vero sistema educativo nel nostro Paese che riesca a cambiare la mentalità delle nuove generazioni. La mia speranza è la fine delle discriminazioni. Di qualsiasi tipo. Dobbiamo raggiungere questo obiettivo. Dobbiamo farcela.

Cristiano Tinazzi* * Fotoreporter e direttore del bimestrale Altri
June 25

solo parole purtroppo non fatti, ma sevono anche queste

 

qualcuno penserà: ancora immagini da teheran? vedete, quello che succede laggiù mi fa incazzare, ma incazzare in una maniera esponenziale. siete liberi di guardare, almeno x ora , poi quando ci toglieranno questa libertà come succede in tanti parti del mondo, e noi siamo un bel pezzo avanti la rimpiangeremo 


   

"Diventare giornalisti per la nostra generazione era stato facile, ma rimanere tali è davvero difficile. Per noi è un desiderio irraggiungibile poter invecchiare facendo questo mestiere. Magari potessimo invecchiare. Magari potessimo morire nella nostra redazione. Magari mio padre, che spera ancora di vedermi affiancare al mestiere del giornalista un impiego in qualunque ufficio, ministro o associazione, si convincesse che io un mestiere ce l'ho già da anni! Se ogni giorno non radessero al suolo le mie redazioni, potrei dimostrare a mio padre che lavoro, che non sto giocando ma che sto facendo il giornalista"

Estratto dell'ultimo articolo di Mohammad Ghouchani direttore del quotidiano riformista iraniano 'Etemad e Meli... arrestato sabato mattina.

June 23

dovere di cronaca?

cronaca

La recente pubblicazione su alcuni blog e su vari social network di alcune immagini molto crude che mostrano morti e feriti in seguito alla repressione delle manifestazioni tuttora in corso in Iran ha riaperto un dibattito che si ripropone puntualmente in questi casi: «È giusto o no mostrare queste immagini? Si tratta davvero di informazione oppure è solo un voler trasformare in uno spettacolo le vicende di cronaca?»

Coloro che ritengono tali pubblicazioni inopportune, se non addirittura dannose, affermano ciò principalmente in base a due considerazioni: la prima è che tali immagini ledono la dignità delle vittime, dato che spesso le espongono pubblicamente in pose e situazioni umilianti o comunque che possono essere considerate imbarazzanti per loro o per i loro familiari e amici; la seconda è che, non esistendo di fatto alcun filtro in molti dei siti sui quali tali immagini sono pubblicate, esse possono ferire la sensibilità di eventuali visitatori impreparati, soprattutto se minori.

Entrambe le affermazioni hanno la loro logica e, se vogliamo, possiamo tranquillamente affermare che sono sostanzialmente vere. In effetti questo genere di immagini tende a essere molto crudo, specialmente per chi vive in Paesi ricchi e industrializzati e che quindi raramente si trova a contatto con quel genere di violenza. Certo le stesse immagini non avrebbero la stessa valenza per chi violenze del genere le vede tutti i giorni, il che vuol dire una parte non indifferente della popolazione del pianeta. Sono centinaia infatti i conflitti nel mondo, così come sono centinaia le aree del mondo in cui la criminalità, il terrorismo, la guerriglia, le bande armate di ispirazione politica o religiosa, massacrano senza pietà uomini, donne e bambini. Questi milioni di persone, forse decine di milioni, forse anche centinaia di milioni, non si impressionerebbero certo per una foto, dato che nella loro vita hanno visto, se non passato, anche di peggio.

Naturalmente è pur vero che tali immagini possono essere lesive della dignità umana. I corpi martoriati, mutilati, torturati, sono spesso nudi o parzialmente nudi, le membra contorte, le espressioni deformate dalla sofferenza. Chi vorrebbe ricordare i propri cari in quel modo? Chi vorrebbe che fossero esposti alla pubblica vista in quelle condizioni? Ma adesso andiamo un po' più in profondità, perché quelle foto non sono immagini di un incidente o di un evento fortuito o sporadico, ma la rappresentazione di situazioni di profondo conflitto che spesso perdurano da anni, se non decenni, dove essere umani soffrono e muoiono lottando contro la fame, la disperazione, regimi dittatoriali, signori della guerra, banditi, pirati e criminali di ogni genere. Sono la rappresentazione di realtà che non vanno e non possono essere ignorate, realtà che andrebbero non solo affrontate ma che dovrebbero diventare un problema per ogni essere umano veramente civile, né più né meno come dovrebbe essere preoccupazione comune la salvaguardia dell'ambiente o il riscaldamento globale; anzi, molto ma molto di più, perché in gioco ci sono esseri umani. Eppure non è così: spesso i governi dei Paesi più ricchi tendono a ignorare queste questioni, al massimo a esprimere blande dichiarazioni di condanna più o meno stemperate a seconda di quanto importante sul piano internazionale siano i Paesi coinvolti.

D'altra parte è anche vero che i governi, nei cosiddetti Paesi democratici, hanno bisogno del consenso delle masse, per cui, se si riesce a smuovere l'opinione pubblica in una certa direzione, ci sono buone possibilità che anche chi ha il potere vada nella stessa direzione, ad esempio attraverso una condanna chiara e diretta e magari un intervento verso chi è responsabile di violenze su larga scala e genocidi.

Ed è qui il problema: come si fa a smuovere l'opinione pubblica? Anzi, come si fa a smuovere il singolo individuo, specialmente se abituato a vivere in un mondo tutto sommato ricco, in cui la violenza esiste ma è sporadica e che comunque non ha mai davvero provato sulla propria pelle gli orrori di una guerra o di una rivoluzione?

Vi chiedo ora di fare una piccola autoanalisi. Vi suggerisco di essere il più onesti possibile con voi stessi, per non cadere nella sindrome dell'«è vero ma non per me». Provate a pensare a quante volte avete sentito di incidenti aerei o ferroviari, di cataclismi che hanno ucciso decine di migliaia di persone in qualche angolo sperduto del pianeta. Molto spesso, specialmente per gli incidenti aerei, non esistono immagini della sciagura o delle vittime. Basti pensare al volo AF447, ovvero l'aereo dell'AirFrance recentemente scomparso al largo del Brasile. In questo caso i media si limitano a fornire poche scarne cifre: 228 morti, una decina i bambini. La cosa finisce lì: ci si sente un attimo tristi e poi si torna a fare quello che si faceva prima. Non è cattiveria: dovessimo davvero soffrire come i familiari delle vittime per ogni incidente che avviene nel mondo finiremmo per suicidarci per il dolore. Eppure, molti anni fa, un bambino cadde in un pozzo artesiano in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino Frascati. Si chiamava Alfredo e il tentativo di salvarlo tenne più di 21 milioni di italiani incollati ai televisori per ben 18 ore di diretta no stop. Purtroppo non fu possibile tirarlo fuori dal pozzo vivo ma ancora molti se lo ricordano. Perché? Perché un solo bambino caduto in un pozzo fa più impressione di dieci bambini morti in un incidente aereo o nel rogo di un palazzo? Qualcuno ha detto che il nostro cuore è troppo piccolo per contenere tante sofferenze: riusciamo a gestirne una alla volta. Il fatto è che la nostra sensibilità, la nostra empatia, la nostra capacità di condividere davvero un dolore richiede ben più di una mera descrizione di un evento: dobbiamo toccare, dobbiamo sentire, dobbiamo vedere.

E torniamo alla questione originale: «Ha senso o no mostrare in modo diretto e crudo le immagini delle violenze che avvengono nel mondo?». La risposta dipende dal perché si stia dando una certa informazione. Se infatti non si tratta di dovere di cronaca ma di un impegno sociale, ovvero quello di non lasciare soli coloro che combattono per i loro diritti, per avere una vita libera e più dignitosa, o anche solo per sopravvivere, come spesso succede quando la guerra bussa alla porta di casa; se questo è l'obiettivo e se è vero che le coscienze si riescono a risvegliare solo quando tocchiamo davvero con mano quella violenza e quel dolore; se è vero che abbiamo bisogno di vedere, di sapere, di conoscere nomi e fatti per sentirci davvero coinvolti; se è vero che i governi si muovono solo se abbastanza coscienze si risvegliano e se è vero che solo quando i governi dei Paesi ricchi si muovono davvero forse si apre un barlume di speranza per le popolazioni oppresse o per le vittime della guerra, allora la risposta non può che essere che . Allora il fatto che i nostri bambini vedano solo attraverso le immagini quello che altri bambini vedono nel cortile di casa, che le donne vedano le violenze e gli stupri che altre hanno dovuto subire, che gli uomini vedano le torture e le mutilazioni di cui altri uomini sono stati vittime, è un trauma assoluatmente gestibile e forse addirittura educativo.

Nascondere quelle immagini forse salvaguarderà la dignità delle vittime, ma non farà nulla per impedire che altre ce ne siano in futuro; nascondere quelle immagini forse farà crescere i nostri figli lontani dalle violenze che accadono in quei Paesi lontani, ma non impedirà a quella violenza, un giorno, di bussare anche alle nostre porte.

June 22

Neda, sedici anni. Ragazza iraniana. Da quegli occhi nessuno potrà più nascondersi

                                                                           
      

Neda. Nome mai sentito di una ragazza iraniana morta ieri nel suo paese, in jeans e scarpe da ginnastica, morta in diretta con suo padre accanto, morta mentre insieme a centinaia di migliaia di coetanei e non, manifestava contro il regime di Ahmadinejad.
Mi domando a chi mi riportino quegli occhi scuri e luminosissimi, che non sembrano morti, e che ogni sito nel mondo ha già fatto circolare milioni di volte nel web. Certo noi in occidente abbiamo buona memoria di cosa sia una dittatura, e abbiamo conosciuto e omaggiamo ogni anno, coloro che morirono per opporsi ad un regime, a Mussolini a Hitler, a Franco o a Stalin, che morirono ancora prima di prendere le armi in mano, da Giacomo Matteotti ai fratelli Rosselli a tutti coloro che capirono per primi il dovere dell’opposizione. Ma Neda è diversa, forse addirittura diversa dal ragazzo della piazza Tienanmen che ferma il carro armato con la mano, che pure gli è parente stretta, ma che è di un’era precedente dell’informazione. Neda che muore, il sangue vivo e scuro che le riempie la bocca, questa morte al rallentatore con un padre che urla disperato, è in ognuna delle nostre case immediatamente, frequenta i nostri blog, attraversa Twitter e Facebook alla velocità della luce, campeggia come icona nella cronaca digitale che ci circonda e ci riporta alla verità sull’Iran. Un paese di teocrazia parlamentare, figlio della Rivoluzione islamica di Khomeini e oppresso dal binomio Khamenei/Ahmadinejad senza libertà di dissenso, un paese nelle mani di un leader e di un regime sanguinario, che finanzia gli Heizbollah del sud del Libano e arma Hamas, che promette morte a Israele con i suoi missili a lunga gittata, che nega la Shoah e corre sull’autostrada che porta all'armamento nucleare. E contemporaneamente un paese abitato da milioni di persone che vorrebbero spezzare questo regime, un paese con tradizioni anche laiche capace di mettere in piazza milioni di persone senza possibilità di comunicazione libera.
L’occidente con ritardo e timidamente, è scosso dalla morte di Neda e degli altri suoi fratelli. Lo stesso Obama si è mosso con ritardo, dovuto probabilmente ad una realpolitik che sembrava non appartenergli, alle notizie degli scontri. La sua offerta di dialogo all’Iran, si concilia male con le scorribande della polizia politica con licenza di uccidere di queste ore, ed il tentativo di reimmettere la politica nella trattativa mai partita tra l'Iran e l’Occidente sul contenzioso nucleare, non potrebbe sembrare più lontano.
Non c’è libertà a Teheran ci dicono i braccialetti verdi dei manifestanti per strada, non ce ne è mai stata in questo regime, ed il pericolo per tutti noi che viene da quelle terre antiche riguarda in primo luogo le loro vite indifese, ma riguarda anche tutti noi, il nostro rapporto di occidentali con l’Islam.
A Neda che è morta in diretta, con un colpo al cuore, senza velo, in jeans e maglietta, dovremmo promettere che non dimenticheremo, che mai scuseremo Ahmadinejad e la “Guida Suprema” per questo crimine, che non crederemo mai che nessun Dio possa volere tutto ciò dai suoi sudditi più devoti. Che nessuna trattativa con l’Iran potrà omettere di chiedere loro ragione di questi morti innocenti. Ma io non sono affatto sicuro che lo faremo.

Emanuele Fiano

June 21

la mia triste italia

[El País]

Un paese che fu bandiera di libertà e cultura ha oggi come premier un politico che censura l’informazione che non lo interessa. Cos’è successo all’Italia? Perché chi l’ama stenta a riconoscerla?

Ho vissuto in Italia più che in Spagna: circa 50 anni. A questo paese, che, secondo l’Unesco possiede il 36% dell’arte del pianeta, io devo molto, sia umanamente che culturalmente. In Italia, dove ho studiato, dove ho respirato per la prima volta l’aria pura della libertà - arrivato molto giovane dal paese della censura, delle condanne a morte arbitrarie, dell’inesistenza di partiti politici - mi diedero la nazionalità per meriti culturali. Lì votai per la prima volta in vita mia. Avevo più di 40 anni. In Spagna non si votava, si viveva solo il terrore.

Ricorderò sempre quella mattina in cui, finalmente, potei introdurre la mia scheda nel segreto di un’urna. Il mio voto, mi dissero, ne valse migliaia. Erano elezioni nelle quali gli italiani cominciavano a stancarsi dei politici, il che li spingeva a non votare. La RAI mi intervistò per chiedermi cosa provasse uno spagnolo che, per la prima volta, poteva votare. Parlai della mia evidente emozione ed mi spinsi a chiedere a coloro che stavano pensando di non recarsi all’appuntamento con il voto, che lo facessero per ripagare la mia pena di non aver mai potuto votare in tanti anni. Più tardi mi chiamarono dalla radio per dirmi che migliaia di persone, tra cui qualche famiglia intera, desideravano che io sapessi che erano andati a votare grazie a me

 

In Italia ho potuto pubblicare ciò che non potevo pubblicare nel mio paese (la Spagna, N.d.T.). I suoi quotidiani ed i suoi periodici mi aprirono le porte. Ho goduto del privilegio di conoscere, frequentare ed intervistare personaggi della letteratura e dell’arte che hanno reso grande, in quel momento storico, il paese di Dante e Leonardo, gente come Fellini, Pasolini, Sciascia, Italo Calvino; stilisti come Valentino, Armani, Missoni; grandi imprenditori come Agnelli o Pirelli; magnifici editori come Einaudi o Feltrinelli ….

Persino politici degni come Berlinguer o Moro, o giudici coraggiosi come Falcone, con il quale ho conversato per mesi prima che fosse assassinato. Durante l’incontro con il giudice Falcone eravamo circondati da un nugolo di poliziotti armati fino ai denti e con le sirene spiegate. “È tutto teatro. Quando la mafia lo deciderà, mi ammazzerà lo stesso”, mi disse il magistrato congedandosi con un mezzo sorriso triste. Lo uccisero. Quella era un’Italia che io amavo appassionatamente, nella cui lingua ho scritto i miei primi libri. Fino a quando non è arrivato Berlusconi. Lo vidi atterrare a Palermo, capitale siciliana e cuore della mafia, in elicottero, come un dio pagano. Erano le sue prime elezioni. In pochi credevano che quell’istrione, che mai si era messo in politica, avrebbe potuto vincere in un paese tanto politicizzato come l’Italia. Io pronosticai sul giornale la sua vittoria. Quella mattina a Palermo vidi quasi mezzo milione di persone alzare le braccia verso l’elicottero che portava il Salvatore.

La Mafia siciliana aveva cambiato bandiera. Aveva finito con l’abbandonare la potente Democrazia Cristiana, fino ad allora la sua signora, per offrire il bacio ed i suoi voti all’imprenditore del quale si diceva che possedesse la magica capacità di creare posti di lavoro dal nulla. L’Italia cominciò quel giorno ad entrare nel tunnel della degenerazione. Io ritornai in Spagna.

Adesso vedo, come in un incubo, che gli italiani, che mi avevano dato la gioia per la libertà di informazione e di espressione, devono leggere El Pais per poter conoscere le spudoratezze commesse dal Cavaliere. Dov’è finita quell’Italia che il mondo amava e ammirava?

L’Italia mi difese quando uno dei governi di Franco cercò di processarmi per un articolo che riguardava il comportamento della Chiesa spagnola durante la dittatura militare. Mi convocarono a Madrid. Mi ricevette l’allora ministro Girón. A casa sua. Mi raccontò che un ministro aveva portato il mio articolo ad un Consiglio dei Ministri, chiedendo la mia testa. Franco si limitò, alla fine del Consiglio, a chiamare il ministro Girón e gli disse: “Lasciate stare il giovanotto, altrimenti in Italia lo fanno martire. Però chiamalo e diglielo”.

Era un avvertimento chiaramente mafioso. Così era allora la Spagna. Così è oggi, o quasi, l’Italia.

Nelle mie notti insonni mi chiedo come sia potuta avvenire una tale metamorfosi. Come si sia arrivati attualmente a questa mia triste Italia. Posso solamente farmi alcune domande, dopo la mia grande esperienza italiana.

Perché vinse Berlusconi la prima volta, quando già circolava un libro sui suoi misfatti ed illegalità come imprenditore edile a Milano? Perché i socialisti di Bettino Craxi che, ricercato per corruzione, alla fine morì in esilio, quando arrivarono al potere, permisero a Berlusconi di creare il suo impero televisivo contro tutte le norme della Costituzione? Che cosa fecero o non fecero i comunisti eredi del severo e rispettato Berlinguer, quando, arrivati al potere dopo più di quarant’anni di lotta, lo gestirono tanto male da far sì che gli italiani richiamassero Berlusconi?

In cosa tradirono gli italiani? Perché avevano perso così presto l’essenza di quello che era stato il partito comunista più grande d’Europa e dell’Eurocomunismo, e che riuniva sotto la sue ali, proteggendola dalla mediocrità della destra, tutta l’Intellighenzia, tutta l’arte e tutta la cultura del paese? Un partito, insisto, che aveva come leader un Berlinguer sempre timido e nascosto, figlio legittimo della austera Sardegna, però retto, degno e tanto amato che, il giorno della sua morte, la città di Roma si paralizzò e due milioni di persone si riversarono nelle strade come se la Nazionale avesse vinto un campionato mondiale di calcio.

In quell’epoca fui un severo critico dell’allora potente Democrazia Cristiana, che era al potere da 40 anni e che fu spazzata via a causa dei suoi scandali di corruzione.

Oggi, a tanti anni di distanza, devo riconoscere che ciò che venne dopo, fu peggio. È sotto gli occhi di tutti.

La Democrazia Cristiana, profondamente conservatrice, aveva tuttavia un profondo rispetto per la libertà di espressione dei giornalisti.

Conservo ancora delle cartoline scritte con i caratteri grandi di Fanfani e quelli minuti di Andreotti, entrambi, per diverse volte, presidenti del Consiglio. Ogni volta che pubblicavo un articolo critico su uno o l’altro, nel mio ufficio compariva un motociclista che mi portava una di quelle cartoline, con le quali mi ringraziavano di avere scritto su di loro.

Quando la Spagna stava per entrare nell’Unione Europea, il ministro italiano degli Affari Esteri era Andreotti. All’Ambasciata italiana a Madrid, qualcuno più realista del re decise di fare uno studio dei miei articoli, concludendo che io ero eccessivamente critico con i politici italiani. Chiamarono l’Ambasciatore spagnolo a Roma e, con evidente fare mafioso, gli ricordarono che l’Italia era fondamentale per l’ingresso della Spagna nella Comunità Europea e che i miei articoli non erano di loro gradimento.

La notizia arrivò alle orecchie di Andreotti, che ignorava il fatto. Quella mattina mi chiamò per offrirmi un’intervista. Mi ricevette a braccia aperte. Non si parlò della questione suscitata dall’Ambasciata italiana a Madrid. Mi raccontò aneddoti inediti sulle sue relazioni con l’allora Papa Giovanni Paolo II. Mi disse che il Papa polacco lo invitava a volte a pranzare o a cenare con lui e perfino ad assistere alla messa nella sua cappella privata.
Prima di congedarmi, mi dedicò un libro con queste parole: “Al mio caro collega giornalista Juan Arias, con amicizia”. Andreotti si vantava sempre di essere un giornalista di professione. Ormai alla porta, mi disse: ” La Spagna sarà molto importante nella Comunità Europea. Io l’appoggerò”. Lo fece.

Nonostante ciò, Andreotti soleva dire che ai politici spagnoli mancava la finezza. Purtroppo questa finezza manca oggi a tanti politici italiani, a cominciare dal presidente e dalla sua corte faraonica, che hanno orrore e panico della libera informazione.
Forse non è vero che agli italiani piace tanto Berlusconi - perlomeno agli italiani che conosco io -, forse non gli piacciono neanche tanto gli altri politici.
A questi altri, io diedi il primo voto della mia vita. Cosa triste, come direbbe Saramago

[Articolo originale "Mi triste Italia" di JUAN ARIAS

Teheran: è guerra civile. Scontri e morti anche nella notte

Sono continuati nella notte gli scontri a Teheran. Ignoti hanno attaccato il quartier generale dei Basij, la milizia fedele ad Ahmadinejad, uccidendo cinque agenti (vedi video). Secondo fonti indipendenti i morti tra i manifestanti sarebbero almeno 160.

Ieri i Basij hanno usato gas tossici (diffuso anche dagli elicotteri) per disperdere la folla in piazza Enghelab (piazza della resistenza), luogo simbolo per gli iraniani in quanto da quella piazza prese il via la rivolta che portò alla caduta dello Shah.

Nonostante la rigida censura imposta dal regime nel tardo pomeriggio di ieri sono iniziati a circolare in rete i video che dimostravano come la polizia iraniana avesse sparato sui manifestanti. I ragazzi feriti non potevano andare all'ospedale in quanto al loro arrivano trovavano gli agenti della polizia segreta che li arrestavano e li portavano via seduta stante senza nemmeno permettere una prima sommaria cura delle ferite. Per questo alcune ambasciate straniere (ma non quella italiana come in un primo tempo si credeva) hanno aperto i loro cancelli per permettere ai ragazzi feriti di rifugiarsi al loro interno e di ricevere le prime cure.

Durante la notte i Pasdaran hanno eseguito decine (forse centinaia) di arresti tra i membri della dissidenza. Al momento non è chiaro quanti ragazzi siano stati arrestati anche perché questa mattina le comunicazioni con l'Iran risultano essere molto difficoltose, ma si presume che siano davvero tanti.

Intanto continuano ad emergere i retroscena dei brogli denunciati dai manifestanti. Secondo un documento segreto del Ministero dell'Interno iraniano diffuso da anonimi funzionari a membri della dissidenza i dati delle elezioni avrebbero visto la vittoria schiacciante di Moussavi. In allegato ai dati ufficiali ci sarebbe anche un documento scritto e firmato di suo pugno dall'Ayatollah Khamenei che ordina di correggere i dati ufficiali a favore di Ahmadinejad.

Secondo Protocollo

Per seguire ora per ora l'evolversi della situazione

A Aung San Su Kyi gli auguri di tutto il mondo

A Aung San Su Kyi gli auguri di tutto il mondo e quelli di Articolo 21 C'è qualcosa di commovente nel modo in cui in tutto il mondo si è celebrato, ieri, il 64° compleanno di Aung San Su Kyi. Migliaia di persone da ogni angolo della Terra hanno inviato messaggi augurali di 64 parole per mezzo di uno speciale sito Internet. Premi Nobel, personalità dell'arte, dello spettacolo e della cultura le hanno fatto gli auguri, ribadendo la richiesta della sua liberazione. Manifestazioni si sono svolte in diversi paesi.

Nella sua Birmania molti hanno pregato per lei nelle pagode; e a Rangoon decine di suoi sostenitori hanno sfidato il regime per preparare una piccola festa in suo onore, completa di torta con 64 candeline, nella sede della National League of Democracy, il partito da lei fondato. Avevano anche invitato alcuni monaci, ma le intimidazioni della polizia hanno fatto sì che ne arrivassero solo quattro; uno di meno di quanti sarebbero necessari per i riti augurali buddisti. La festicciola c'è stata comunque, intensa e piena di affetto.

Lei, naturalmente, non ha potuto partecipare. Resta rinchiusa nel famigerato carcere di Insein in attesa che riprenda l'ennesimo processo posticcio intentato contro di lei dalle autorità militari. Questa volta, come è noto, il pretesto è la misteriosa incursione a nuoto dell'americano semisquilibrato John Yettaw nella casa-prigione dove ha trascorso agli arresti domiciliari 13 degli ultimi 19 anni.

Una reclusione quasi assoluta, che doveva finire lo scorso 27 maggio, quando sarebbe scaduta l'ultima condanna. Invece è arrivata la beffa: la "lady", come la chiamano tutti in Birmania, è accusata di aver violato le regole della sua detenzione accogliendo l'intruso americano e quasi certamente verrà condannata a nuovi anni di carcere. Il regime continua a temere questa donna minuta e apparentemente fragile, che resta il simbolo possente della lotta per la democrazia nel suo paese, e la cui semplice presenza potrebbe cambiare il corso delle elezioni-farsa fissate per il prossimo anno.
Anche in Italia ci sono state "celebrazioni"; al Cinema Farnese di Roma un pubblico numeroso e attento ha partecipato alla proiezione dello splendido documentario della regista Milena Kaneva che la racconta la straordinaria storia della causa intentata (e vinta) negli Stati Uniti da alcuni birmani di etnia Karen contro la UNOCAL, per gli abusti e le violenze commesse dai militari di Rangoon durante la costruzione di un gasdotto in cui era coinvolta anche la corporation petrolifera americana. Il film mostra testimonianze e immagini eccezionali; in particolare alcune sequenze "rubate", in cui si vedono persone costrette ai lavori forzati nella costruzione del gasdotto. Una visione inquietante, da girone dantesco, di masse di uomini e donne costrette a lavori durissimi e degradanti sotto la minaccia delle armi o di rappresaglie sanguinose contro i loro villaggi e le loro famiglie.

Naturalmente gli auguri di per sé non servono a molto, ma le migliaia di messaggi arrivati per questo compleanno sono il segno di una importante mobilitazione internazionale. Se l'attenzione continuerà, se la luce dei media verrà tenuta accesa sul processo, i dittatori birmani si sentiranno meno sicuri, e la condanna - che appare quasi certa - potrebbe almeno essere meno pesante. Sarebbe già qualcosa, nell'attesa che le venga restituito il dono, più prezioso di tutti, della libertà.
June 19

e domenica tutti a votare

1. Primo quesito: premio di maggioranza alla lista che ottiene il maggior numero di voti e innalzamento della soglia di sbarramento (Camera dei Deputati).
2. Secondo quesito: premio di maggioranza alla lista che ottiene il maggior numero di voti e innalzamento della soglia di sbarramento (Senato).
3. Terzo quesito: abrogazione delle candidature multiple.
Al momento vige il cosiddetto Porcellum (la legge elettorale definita “porcata” da Calderoli, suo autore). Si tratta di una legge elettorale con premio di maggioranza attribuito su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato (dove viene “vinto” dalla lista o coalizione che riceve il maggior numero di voti).

I primi due quesiti hanno il fine di eliminare il collegamento tra diverse liste per evitare che il premio di maggioranza (pari al 55%) sia attribuito alle coalizioni e non alle singole liste.
Se vince il SI’:
A. il premio sarà attribuito alla singola lista più votata;
B. l’innalzamento dello sbarramento renderà necessario che le liste raggiungano un consenso minimo del 4% alla Camera e dell’8% al Senato.
La lista più votata otterrà la maggioranza dei seggi e le altre liste una rappresentanza di minoranza proporzionale ai voti presi, a patto che sia superato lo sbarramento.
Poiché, inoltre, restano in vigore le norme relative all’indicazione del “capo della forza politica”, sulle schede ci sarà un unico simbolo, con un solo nome, per ciascuna lista.

Il terzo quesito mira all’abrogazione delle candidature multiple: il candidato eletto in più circoscrizioni, con la legge attuale, deve scegliere uno solo dei seggi in cui è stato eletto, aprendo la strada ai candidati NON eletti, di “subentrare” nei seggi cui l’eletto rinuncia.
Se il candidato eletto nei seggi X e Y rinuncia al seggio X, favorisce il primo dei non eletti nel seggio Y, se sceglie Y, favorisce il primo dei non eletti nel seggio X. Questo sistema, attualmente, riguarda circa un terzo dei parlamentari.

Conseguenze della vittoria del SI’.
Il sistema elettorale come modificato dal referendum indurrebbe i soggetti politici a perseguire la costruzione di un unico raggruppamento, aprendo in Italia una prospettiva bipartitica e riducendo fortemente la frammentazione.
Inoltre l’eliminazione di composite e litigiose coalizioni imporrebbe una notevole semplificazione lasciando comunque un diritto di rappresentanza anche alle forze che non concorrano per ottenere la maggioranza dei seggi ma che superino gli sbarramenti.

Ho sentito molti detrattori del referendum affermare che se passasse, Berlusconi non avrebbe più il puntello della Lega Nord e sarebbe definitivamente libero di fare ciò che vuole.
A questi faccio notare che ogni volta che la Lega ha avanzato le proprie richieste al Pdl, Berlusconi ha concesso il proprio appoggio in cambio di altro appoggio per le proprie istanze. In altre parole, per fare un esempio, il Pdl vota il federalismo e la Lega in cambio vota le leggi vergogna sulla giustizia, sulle intercettazioni, sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, sul Lodo Alfano.
Mi pare che Berlusconi GIA’ faccia ciò che vuole.
A tutti quelli che analizzano il referendum pensando all’attuale situazione politica, infine, ricordo che una legge elettorale non si valuta pensando agli odierni equilibri e alle attuali contingenze, ma guardando in prospettiva. E ricordo che siccome tutti abbiamo detto che la vigente legge elettorale, la “porcata” appunto, non ci piace, l’unica concreta possibilità di cambiarla che abbiamo a disposizione è il voto SI’ al referendum.

SI VOTA DOMENICA 21 e LUNEDI’ 22 GIUGNO 2009.

N.B. resterebbero comunque le liste bloccate. Gli ideatori del referendum hanno detto che non era tecnicamente possibile formulare un quesito per abrogarle (il referendum può solo abrogare una legge o parte di essa, non può “proporre”).
 

teddy boy

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Tengo a precisare che la maggior parte degli articoli che trovi all’interno di questo blog sono stati presi da altri siti. Lo scopo di questo blog infatti non è quella di creare nuove guide ma di raccogliere tutto ciò che è già presente online per riportarlo e riordinarlo in un unico blog! Per far conoscere a più gente possibile, notizie tralasciate dai media,perché secondo loro non fanno notizia o considerate(sempre secondo i media e i tg nazionali) senza risonanza mediatica. mi piace parlare con la gente e conoscerla.Contattatemi se ne avete voglia, io sono disponibile a parlare con chiunque. Il mio blog fa schifo come grafica lo so, ma non mi interessa, mi interessano i contenuti. Credo molto nel contatto tra due persone, scambio di pensieri, pareri,punti di vista,confrontarmi con gli altri e perchè no, anche sogni.
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